La ricercatrice clicca sui link all'interno di una pagina web

PageRank di Google: come funziona e quanto conta oggi

Il PageRank è l’algoritmo con cui Google misura l’importanza di una pagina web a partire dai link che riceve: ogni collegamento vale come un voto, e i voti delle pagine autorevoli pesano di più. Esiste ancora ed è tuttora parte dei sistemi di ranking di Google, ma il punteggio pubblico da 0 a 10 che molti ricordano è scomparso da anni. Chi oggi vuole migliorare il posizionamento di una pagina deve quindi capire come funziona il meccanismo, quali strumenti mostrano soltanto stime e perché i link migliori nascono quasi sempre da una reputazione solida, non da una tecnica.

Giotalente
La reputazione conta anche online
Giotalente si occupa di reputazione e comunicazione strategica, temi centrali per costruire credibilità e ottenere citazioni autorevoli.

In breve

  • Il PageRank assegna a ogni pagina un peso numerico calcolato sui link in entrata, considerando sia quanti sono sia quanto sono importanti le pagine da cui provengono.
  • Google conferma che il PageRank è ancora uno dei suoi sistemi di ranking principali, molto evoluto rispetto alle origini, ma è solo uno dei tanti fattori.
  • Il punteggio pubblico da 0 a 10 non esiste più: qualsiasi strumento che promette di mostrare il “PageRank” di una pagina offre una stima esterna, non un dato di Google.
  • Comprare link o scambiarli in modo sistematico viola le norme di Google e può danneggiare il sito invece di aiutarlo.
  • I link che contano davvero arrivano da testate, enti e professionisti che citano un’azienda perché la ritengono credibile: per questo il PageRank è, in fondo, una questione di reputazione.

Indice

Che cos’è il PageRank e da dove nasce

Il PageRank è, nella definizione più diffusa, un algoritmo di analisi che assegna un peso numerico a ogni documento di un insieme collegato da link, con lo scopo di quantificarne l’importanza relativa. Il nome gioca su un doppio significato: richiama la “classifica delle pagine” e, insieme, il cognome di Larry Page, che lo ideò con Sergey Brin quando entrambi erano ricercatori a Stanford.

L’idea venne presentata nel 1998 nell’articolo accademico The Anatomy of a Large-Scale Hypertextual Web Search Engine, lo stesso testo che descrive il prototipo di Google. L’intuizione era semplice e, per l’epoca, rivoluzionaria: i motori di ricerca di allora valutavano soprattutto le parole contenute in una pagina, facili da manipolare. Brin e Page proposero di guardare anche fuori dalla pagina, cioè a come il resto del web la considera.

Google stessa ha sempre spiegato il concetto con una metafora elettorale: il PageRank interpreta un link dalla pagina A alla pagina B come un voto della prima a favore della seconda, ma i voti espressi da pagine importanti contano più di quelli espressi da pagine poco rilevanti. Non conta dunque soltanto quanti link si ricevono, conta soprattutto chi li dà.

È utile distinguere subito due concetti che nel linguaggio comune si confondono. Il PageRank è un singolo algoritmo basato sui link. Il ranking di una pagina, invece, è la posizione che quella pagina occupa nei risultati per una certa ricerca, ed è il risultato di moltissimi sistemi che lavorano insieme, di cui il PageRank è solo una parte.

La formula spiegata in modo semplice

Nell’articolo originale la formula è questa:

PR(A) = (1 − d) + d × (PR(T1)/C(T1) + … + PR(Tn)/C(Tn))

Dove A è la pagina di cui si calcola il valore, T1…Tn sono le pagine che la linkano, PR(T) è il PageRank di ciascuna di esse e C(T) è il numero di link in uscita da ognuna. La lettera d è il cosiddetto damping factor, o fattore di smorzamento, che gli autori scrivono di impostare di solito a 0,85.

Dietro i simboli c’è un modello di comportamento: il “navigatore casuale”. Si immagina un utente che parte da una pagina qualsiasi, clicca link a caso e, ogni tanto, si annoia e salta su un’altra pagina scelta a caso. Il damping factor rappresenta proprio la probabilità che continui a cliccare invece di ripartire altrove. Il PageRank di una pagina corrisponde, in sostanza, alla probabilità che quel navigatore si trovi lì in un momento qualsiasi. Per questo il calcolo si appoggia alla teoria dei processi di Markov e viene ripetuto più volte, finché i valori di tutte le pagine si stabilizzano.

Passaggi del modello del navigatore casuale

Un esempio con i numeri

Si immagini una pagina A che riceve due soli link:

  • dalla pagina T1, che ha un PageRank di 2 e contiene in tutto 4 link in uscita;
  • dalla pagina T2, che ha un PageRank di 1 e contiene un unico link in uscita, proprio verso A.

T1 trasmette 2 ÷ 4 = 0,5; T2 trasmette 1 ÷ 1 = 1. La somma è 1,5. Applicando il fattore 0,85 si ottiene 1,275, a cui si aggiunge la quota fissa 1 − 0,85 = 0,15. Il PageRank di A è quindi 1,425.

L’esempio mostra due cose che valgono ancora oggi. La prima: una pagina importante che linka moltissime altre pagine distribuisce il proprio valore in tante parti, e ciascuna riceve poco. La seconda: un link isolato da una pagina meno autorevole, ma che cita soltanto te, può valere più di un link sepolto in un lungo elenco su una pagina famosa. È la versione matematica di un principio che chi si occupa di reputazione conosce bene: una citazione mirata e convinta vale più di una menzione tra cento.

Dal punteggio da 0 a 10 alla sua scomparsa

Per molti anni Google ha mostrato un valore pubblico del PageRank, su una scala da 0 a 10, nella sua barra degli strumenti per il browser. Quel numero divenne rapidamente un’ossessione: si compravano e vendevano link in base al “PR” delle pagine, e intere attività nacquero per gonfiarlo.

Già nel 2011 il blog ufficiale di Google Search Central, nell’articolo Beyond PageRank, chiariva che il PageRank non era l’unico elemento a determinare il posizionamento e che il valore mostrato pubblicamente era diverso dal numero interno usato dagli algoritmi. Nel 2016 Google ha poi spento definitivamente il PageRank della toolbar, e da allora non esiste alcun modo ufficiale di conoscere il PageRank di una pagina.

Ne deriva una conseguenza pratica: gli strumenti online che promettono di “controllare il PageRank” gratuitamente mostrano in realtà indici calcolati da aziende terze con propri modelli e propri archivi di link. Possono essere utili per confronti interni, ma non sono il PageRank di Google e non vanno presentati come tali, né in una riunione né in un preventivo.

Come si inserisce oggi nei sistemi di ranking di Google

La risposta più autorevole arriva dalla documentazione ufficiale. La guida ai sistemi di ranking della Ricerca Google elenca i sistemi di analisi dei link e il PageRank tra quelli principali, ricordando che il PageRank è in uso fin dal lancio del motore e che il suo funzionamento si è evoluto molto nel tempo. La stessa guida spiega che Google si affida a sistemi automatici che esaminano molti fattori e indicatori su centinaia di miliardi di pagine.

Nella pagina divulgativa su come Google determina il ranking dei risultati, Google indica tra i fattori principali il significato della query, la pertinenza dei contenuti, la loro qualità, l’usabilità delle pagine e il contesto dell’utente, come posizione e impostazioni. Precisa inoltre che il peso di ciascun fattore cambia a seconda della natura della ricerca: per una notizia conta di più la freschezza, per una domanda medica l’affidabilità della fonte.

Il quadro, quindi, è questo. I link restano un segnale importante, perché aiutano Google a capire quali fonti il web considera credibili. Ma un ottimo profilo di link non salva una pagina che non risponde alla domanda dell’utente, mentre una pagina molto pertinente su un tema di nicchia può posizionarsi bene anche con pochi collegamenti. Il PageRank è un ingrediente, non la ricetta.

Nel lavoro quotidiano si incontrano nomi diversi che sembrano indicare la stessa cosa. La tabella aiuta a distinguerli.

Concetto Chi lo calcola È visibile? Che cosa misura Come usarlo
PageRank interno Google No Importanza di una pagina in base a quantità e qualità dei link Non si consulta: si favorisce con contenuti e citazioni di valore
PageRank della toolbar (0–10) Google, fino al 2016 Non più Una versione pubblica e semplificata del valore interno Nessuno: è un dato storico
Indici di autorità dei tool SEO Aziende di software, con modelli propri Sì, a pagamento o in versione limitata Stima della forza dei link di una pagina o di un dominio Confronti relativi nel tempo o con siti simili, mai come dato di Google
Link popularity Chiunque, contando i link Sì Il numero di link in entrata, senza pesarne la qualità Indicatore grezzo, utile solo come punto di partenza

Un esempio chiarisce la differenza. Uno dei più noti indici di autorità di dominio è descritto dal suo stesso produttore come un punteggio proprietario da 0 a 100, che prevede la capacità di un sito di posizionarsi ma non è un fattore usato da Google. Salire di qualche punto su quella scala non significa aver guadagnato PageRank, e scendere non significa averlo perso: significa che il modello di quel software ha rivisto la propria stima.

Come favorire il PageRank in modo legittimo

Non si può impostare il PageRank, ma si possono creare le condizioni perché cresca. Google è esplicito su che cosa funziona e su che cosa no. Ecco i passaggi, nell’ordine in cui li affrontiamo con le aziende.

  1. Pubblicare contenuti che meritano di essere citati. Già nel 2010 Google Search Central indicava che contenuti originali, utili e duraturi, come guide, strumenti e studi, tendono a guadagnare link in modo naturale. Per un’azienda italiana può essere un osservatorio annuale sul proprio settore, per uno studio medico una guida chiara a un percorso di cura, per un ente pubblico una raccolta di dati aperti.
  2. Curare i link interni. Il valore che una pagina riceve si distribuisce anche attraverso i collegamenti interni del sito. Le pagine strategiche, come quelle dei servizi, dovrebbero essere raggiungibili da più punti e non restare isolate in fondo a un menu.
  3. Scrivere anchor text chiari. Le best practice di Google sui link chiedono link scansionabili, cioè veri collegamenti nel codice, e testi di ancoraggio descrittivi, concisi e pertinenti, scritti in modo naturale e senza accumulare parole chiave.
  4. Ottenere citazioni da fonti credibili. Un articolo su una testata di settore, una menzione nel sito di un’associazione di categoria, una relazione pubblicata da un’università: sono i voti che il PageRank pesa di più, perché provengono da pagine che a loro volta godono di fiducia.
  5. Evitare le scorciatoie. Le norme di Google sullo spam considerano spam i link creati per manipolare il ranking, compresi quelli comprati o scambiati in modo sistematico. I link a pagamento legittimi, come quelli pubblicitari o sponsorizzati, vanno contrassegnati con gli attributi appropriati affinché non trasmettano valore.
  6. Misurare ciò che conta. Nello stesso articolo del 2011, Google suggeriva di spostare l’attenzione dal PageRank a metriche legate agli obiettivi reali: traffico, lettori, contatti, conversioni.

Chi valuta di affidare il lavoro a terzi trova un approfondimento sui criteri di scelta nella nostra guida operativa alla link building; chi vuole curare in prima persona i contenuti può partire da come si scrive per il posizionamento web.

Il PageRank come misura della reputazione

Ci capita spesso di incontrare direttori marketing, imprenditori e professionisti che arrivano al PageRank dalla parte sbagliata: cercano un numero da far salire, un pacchetto di link da acquistare, una scorciatoia tecnica. Comprendiamo la tentazione, ma la nostra esperienza va in un’altra direzione.

Se si torna all’intuizione di Brin e Page, il PageRank non è altro che la traduzione matematica di un fenomeno antico: il passaparola autorevole. Una pagina conta quando altre pagine credibili decidono di citarla. È esattamente ciò che accade alla reputazione di un’azienda o di un professionista nel mondo reale, quando un giornalista, un’istituzione o un collega ne parla con fiducia. Il web ha semplicemente reso misurabile questo meccanismo.

Per questo riteniamo che i link più solidi non si costruiscano, si meritino. Nel nostro lavoro con enti e organizzazioni di rilievo, dall’ONU alla Regione Piemonte, dalla Città del Vaticano a MSC Crociere, la visibilità sui media non è mai stata un obiettivo SEO in sé: era il risultato di una comunicazione chiara, di notizie vere raccontate bene, di rapporti corretti con la stampa. Eppure ogni articolo pubblicato su una testata autorevole è anche, in termini di PageRank, un voto di peso.

C’è poi un aspetto che chi guarda solo ai numeri trascura. Un link comprato su un sito di bassa qualità non è soltanto inutile o rischioso agli occhi di Google: è anche visibile a clienti, giornalisti e concorrenti. Associare il proprio nome a pagine poco credibili è un danno di immagine prima ancora che un problema tecnico. Al contrario, una citazione ottenuta grazie alla propria competenza rafforza il posizionamento e la percezione pubblica nello stesso momento.

Il nostro consiglio, quindi, è di trattare il PageRank come un indicatore di salute della reputazione, non come un traguardo. Quando la comunicazione funziona, i link arrivano. Quando i link non arrivano, quasi sempre il problema è a monte: l’azienda è competente ma non riesce a farlo sapere.

— Giovanni

Dalla teoria alla pratica: reputazione, stampa e visibilità

Se la vostra organizzazione ha contenuti di valore ma fatica a ottenere attenzione da media e fonti autorevoli, è lì che possiamo intervenire. Ci occupiamo di gestione della reputazione e della presenza sui media: dalla redazione dei comunicati stampa all’organizzazione della reputazione a mezzo stampa, fino alla formazione dei team, anche con una Lectio Magistralis dedicata. L’obiettivo non è collezionare link, ma fare in modo che le persone giuste parlino di voi per le ragioni giuste. Per inquadrare il lavoro in un piano più ampio, la nostra guida alle strategie di online reputation descrive le fasi principali.

Gli errori più comuni

Il primo errore è inseguire un numero che non esiste. Riportare nei report il “PageRank” letto su un tool gratuito porta a decisioni sbagliate e a promesse che nessuno può mantenere. Meglio dichiarare con chiarezza quale indice si usa, chi lo calcola e a che cosa serve.

Il secondo è confondere quantità e qualità. Cento link da directory generiche o da siti senza attinenza con il proprio settore valgono poco e, se ottenuti in modo artificiale, possono attirare l’attenzione dei sistemi antispam di Google. Un solo articolo su una testata di riferimento per il proprio mercato vale molto di più.

Il terzo è trascurare il proprio sito. Si investe per ottenere link esterni e poi li si fa puntare a pagine lente, poco chiare o prive di un invito all’azione. Il valore arriva, ma si disperde. Prima di cercare citazioni conviene verificare che le pagine di destinazione rispondano davvero alle domande del pubblico.

Il quarto è non sapere che cosa si dice di sé in rete. Un buon profilo di link non compensa recensioni negative senza risposta o articoli critici in prima pagina. Per questo il monitoraggio della reputazione web dovrebbe procedere di pari passo con qualsiasi strategia di posizionamento.

Gli errori più comuni — overview diagram

Domande frequenti

Il PageRank di Google esiste ancora?

Sì. Google lo indica ancora tra i suoi sistemi di ranking principali, pur precisando che il suo funzionamento è cambiato molto dalle origini. Quello che non esiste più è il punteggio pubblico da 0 a 10, rimosso nel 2016.

Come posso controllare il PageRank del mio sito?

Non è possibile: Google non rende pubblico il valore interno. Gli strumenti che dichiarano di mostrarlo offrono stime proprie basate su modelli e archivi di link indipendenti, utili solo per confronti relativi e non come dato ufficiale.

Qual è la differenza tra PageRank e ranking di una pagina?

Il PageRank è un singolo algoritmo che valuta l’importanza di una pagina attraverso i link. Il ranking è la posizione che la pagina occupa nei risultati per una ricerca specifica, determinata da molti sistemi insieme: pertinenza, qualità, usabilità, contesto dell’utente e, tra gli altri, anche l’analisi dei link.

I link acquistati per influenzare il ranking violano le norme di Google sullo spam e possono portare a penalizzazioni. Hanno inoltre un costo reputazionale, perché associano il nome dell’azienda a siti poco credibili. I link sponsorizzati legittimi vanno sempre contrassegnati come tali.

Le citazioni sui giornali online contano per il PageRank?

Un link da una testata autorevole e pertinente è tra i segnali più preziosi, perché proviene da una pagina che gode a sua volta di fiducia. Anche quando la citazione non contiene un link, contribuisce alla notorietà e alla credibilità del marchio, che restano il vero motore di ogni strategia duratura.

Fonti

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